Chi Siamo

Ottobre 2000.
Una sera di autunno un gruppo di 15 persone perfettamente sconosciute si riunisce nella sede del Servizio Igiene Mentale e Assistenza Psichiatrica (SIMAP) di Fiorenzuola d’Arda – Piacenza -. Sono tutti familiari di persone assistite dal Servizio che hanno tutte un medesimo cammino alle spalle: quello di una vita trascorsa fianco a fianco con un fratello, moglie, padre che è anche malato di mente.

Fino a quel giorno la frase “andare al SIMAP” era associata ad una situazione di emergenza legata alla malattia del parente. Una condizione di emergenza ma anche normale, a causa della frequenza con cui capita a chi si trova in quella situazione: un ricovero immediato, un peggioramento improvviso, un sintomo grave e inaspettato tutte situazioni di “emergenza normale” appunto, e che erano immancabilmente associate a quella frase; mai detta ad alta voce, talvolta bisbigliata, spesso appena sussurata “andare al SIMAP” e che per tutti noi aveva un’altro significato: quello di limitare i danni, correndo dietro agli eventi, alla malattia e alle sue alterne evoluzioni, in fatale e perenne ritardo, un passo dietro a lei. Sempre.

Quella sera no. Quella sera eravamo andati al SIMAP in contropiede. Come il terzino chiuso in difesa che lancia lungo all’ala sola nella metà campo avversaria. Ma qui i giocatori avversari sono il doppio. Un gesto irragionevole e triplamente sconsiderato: parlare di un tipo di malattia innominabile, quella mentale, che riguarda un familiare e con persone completamente sconosciute.
Abbiamo iniziato a parlare della nostra esperienza di vita, vincendo pudori e fatiche iniziali, spinti dall’ istinto più che dalla ragione e ci siamo accorti subito che il pallone era dalla parte giusta del campo e quando tornava nella nostra area di porta faceva meno paura.

Dopo quella sera “siamo andati al SIMAP” ancora spesso e anche grazie a persone del Servizio (molto più che operatori e medici) infaticabili abbiamo scoperto molte cose. Che è veramente dura per tutti; che le esperienze sono tutte incredibilmente simili nonostante le enormi differenze (di diagnosi e di età del parente, di condizioni sociali ecc); che convivere si può; che la società nel migliore dei casi ignora; che questi deboli vanno difesi anche dalla politica; ma soprattutto che parlare è un balsamo medicinale e insostituibile per le rabbie e ferite nostre e dei nostri malati.